La medicina delle prove di efficacia. Potenzialità e
limiti della Evidence-based Medicine
A cura di A. Liberati
Il Pensiero Scientifico
Editore
Edizione speciale realizzata in collaborazione
con Janssen-Cilag SpA
Per aiutare il medico e gli operatori sanitari a distinguere tra
vere e false novità in medicina si è sviluppato -
a partire dalla Cochrane Collaboration - un movimento di opinione
che ha inteso richiamare l'attenzione sulla Evidence-based Medicine.
La medicina delle prove di efficacia (MePE) persegue l'obiettivo
di una ottimale risposta alle esigenze del malato.
In sostanza, la MePE si fonda su cinque elementi tra loro collegati:
- ogni decisione clinica deve essere basata sulle più limpide
evidenze scientifiche disponibili;
- il problema clinico - deve determinare il tipo di
evidenza da ricercare;
- il ricercare l'evidenza vuol dire porsi in una prospettiva
metodologica che non può prescindere dall'uso di strumenti
statistici ed epidemiologici;
- identificare e far propria criticamente una prova di
efficacia in medicina è un processo che - lungi dal rimanere
astratto – non può non riverberarsi concretamente
nella pratica clinica quotidiana;
- infine, la pratica medica
deve essere costantemente ed attentamente valutata.
Letto da:
Paolo Vineis
Quando cerco di spiegare a non medici che esiste un movimento
internazionale denominato "evidence-based medicine" -
o medicina basata sulle prove di efficacia : MEPE - la reazione è in
genere di incredulità : "ma come, è ovvio che
la medicina è basata su prove di efficacia".
Al contrario, quando lo stesso fenomeno viene spiegato a medici,
molti di loro reagiscono con un certo fastidio, sostenendo che
un conto sono le ricerche condotte in circostanze semplificate
e protette, un conto l'esperienza personale accumulata in anni
di rapporti con i pazienti.
Come il libro curato da Liberati - in modo molto equilibrato
- ci mostra, sarebbe un errore sottovalutare o deridere entrambi
gli atteggiamenti. Sarebbe un errore ignorare il grado di attesa
verso la scientificità della medicina creato dai mezzi
di comunicazione di massa, e la mancanza di percezione, da
parte del pubblico, di quanto vaste siano invece le zone d'ombra
nella pratica medica (vi è un ampio dissenso perfino sulla
proporzione delle pratiche mediche non sorrette da prove scientifiche).
D'altro lato, i medici hanno in parte ragione nel dubitare che
lo "standard aureo" della
ricerca medica (lo studio controllato e randomizzato) sia una
condizione necessaria e sufficiente per una buona medicina
(posizione, per inciso, che non è propria dell'"evidence-based
inedicine"), È chiaro che molta della
psicoterapia non può essere sottoposta a trials clinici
randomizzati, cosi come parte delle tecniche chirurgiche. Inoltre
la medicina ha una componente "ermeneutica" (di comprensione
del mondo di vita del paziente) senza la quale essa diventa una
fredda applicazione di tecnologie.
Sulla base di queste premesse, si potrebbe pensare dunque a un
generico "in medio stat virtus": in fondo i risultati
dei buoni trials prima o poi vengono assunti nella pratica, e
hanno ragione i bravi medici a sottolineare la componente di "arte" – o
meglio di relazionalità - che vi è nella medicina
(se mi è concesso rendere un omaggio, penso ad Adriano
Vitelli come esempio vivente di capacità relazionale e
rigore scientifico).
Invece non è affatto cosi. Come il libro di Liberati chiaramente
dimostra, risultati anche clamorosi di buone sperimentazioni cliniche
richiedono anni prima di trasferirsi nella pratica (e infatti
una delle maggiori preoccupazioni attuali della MEPE è proprio
il trasferimento della ricerca nella pratica). In secondo luogo,
1'"arte medica" invocata da chi resiste alla MEPE spesso
non è altro che la copertura di privilegi e di colpevoli
arretratezze. Ma gli innovatori a tutti i costi, quelli che leggono
avidamente Lancet e il New England, d'altra parte, sono altrettanto
e forse più pericolosi dei conservatori: sia perché la
variabilità nei risultati delle sperimentazioni cliniche è tale
da consigliare prudenza, sia perché - di nuovo - il trasferimento
nella pratica non è immediato e una ricerca valida negli
USA può non dare gli stessi frutti in Africa.
Quelle che precedono sono dunque alcune delle ragioni che stanno
alla base della MEPE: la necessità di sintetizzare in modo
rigoroso i risultati della migliore ricerca; la necessità di
identificare il miglior livello qualitativo delle prove date le
circostanze (considerando cioé che non sempre si possono
condurre trials randomizzati); la necessità di adottare
specifiche tecnologie per il trasferimento nella pratica, non
illudendosi che basti sintetizzare le prove scientifiche; la necessità di
combinare con perizia gli elementi scientifici con quelli extrascientifici
nell'elaborazione di linee-guida per la pratica clinica.
I diversi saggi che compongono il volume ripercorrono tutti gli
argomenti cui ho accennato, e non sono mai né banali né semplicisti.
Emergono certamente gli aspetti ancora immaturi, o le lacune
e le incertezze.
Per esempio, il saggio di Roberto Grilli sulle linee-guida come
politiche assistenziali condivise è uno dei più stimolanti
e innovativi ma lascia anche la sensazione che molto ci sia da
fare sull'argomento dell'integrazione tra prove scientifiche,
valori condivisi e scelte politiche. Un altro saggio molto suggestivo è quello
di Pagliaro e colleghi, che con grande perizia lega la MEPE alla
logica del ragionamento clinico, anche se lascia un po' perplessi
una certa confusione tra MEPE e ricerca bibliografica informatizzata:
non solo dovrebbe essere chiaro che non si tratta della stessa
cosa, ma un punto ancora debole della MEPE è proprio la
capacità di creare solidi criteri per valutare qualitativamente
e sintetizzare le informazioni bibliografiche. Infine, un saggio
estremamente innovativo, a mio avviso, è quello di Favaretti
e colleghi su come la MEPE può esser d'ausilio agli amministratori
diventando "ASAPE" : assistenza sanitaria basata su
prove di efficacia. Questo saggio dovrebbe essere diffuso capillarmente
nelle Direzioni Generali e Sanitarie degli ospedali perché chiarisce
in un modo direi definitivo molti degli equivoci dell'aziendalizzazione.
Antonino Cartabellotta
Rispetto la scelta degli autori del volume: La medicina delle
prove di efficacia:
potenzialità e limiti della "evidence-based medicine" a
cura di Alessandro Liberati et al. Pagine 204, Il Pensiero Scientifico
Editore, Roma 1997, Lire 38.000, ISBN 88-7002-740-6, di tradurre "Evidence-based
Medicine" in "Medicina delle prove di efficacia",
ma credo che medicina basata sulle evidenze sia una traduzione
ugualmente corretta.
Infatti, se è necessario pluralizzare evidence perché l'evidenza è ovvia
e indiscutibile, nella nostra lingua evidenze è sinonimo
di prove.
Tuttavia, considerato che EBM è ormai una sigla riconosciuta — come
lo stesso autore della prefazione ha già avuto modo di
precisare1 — era proprio necessario creare acronimi poco
felici come MePE e ASaPE?
Considerata l'impossibilità di giudicare in maniera omogenea
una rassegna di contributi problematici sulla evidence-based medicine,
annotati da figure autorevoli che stanno contribuendo in maniera
non trascurabile all'evoluzione della sanità italiana,
cercherò di rilevarne singoli aspetti e di valutare quale
influenza può avere il libro di Liberati sulla profonda
trasformazione socio-culturale che sta interessando il nostro
Sistema Santiario Nazionale.
Di livello elevato — forse troppo in senso epistemologico — il
capitolo di Parma e Caimi sulla medicina generale, distante dalla
realtà media dell'assistenza di base italiana.
Inoltre, mi sembra eccessiva l'enfasi posta sulle difficoltà di
adattare i risultati degli studi clinici controllati (RCTs) al
paziente individuale: la MePE non è solo applicazione di
RCTs, ma innanzitutto utilizzo efficace e tempestivo dell'informazione
biomedica, che nella pratica clinica a qualunque livello — medicina
generale inclusa — è assolutamente inadeguata per
mezzi e competenze2.
Roberto Grilli si sofferma sugli aspetti sociali che condizionano
l'efficacia delle linee-guida, integrando un eccellente manuale
tecnico3 che aveva trattato solo marginalmente questo aspetto.
Williams e Liberati sottolineano la scarsa trasferibilità delle
valutazioni economiche alle singole realtà, legittimando
il dubbio che l'economia sanitaria è ancora una scienza
allo stato embrionale.
Tre note di merito
- Bozzini e Garattini spiegano in maniera chiara ed incontrovertibile
la rivoluzione culturale introdotta dalla CUF, additando
senza remore chi si è opposto all'unica espressione di
MePE in Italia.
- Satolli e Domenighetti sottolineano, con straordinaria efficacia,
che la "evidence-based patient information" è un
presupposto indispensabile affinché le migliori prove di
efficacia si riflettano integralmente nello stato di salute
di una popolazione.
Questa consapevolezza dovrebbe stimolare la programmazione di
una corretta informazione degli utenti, che attualmente in
Italia è sganciata
da qualunque controllo scientifico.
- Il gruppo di Pagliaro — uno dei pochi che in Italia
praticò ed
insegnò la MePE prima della sua certificazione di nascita — valuta
il ruolo della MePE nelle varie fasi del "clinical decision
making" e sottolinea, in maniera originale, la sua scarsa
importanza nel riconoscimento della presentazione clinica e
nella generazione delle ipotesi diagnostiche.
Il fatto che
queste competenze siano scontate per gli inventori della MePE,
legittima il dubbio che verosimilmente molti di loro non hanno
mai visto un malato4!
Il libro di Liberati e collaboratori riflette l'interesse internazionale
per la MePE e contribuisce ad alimentare la speranza che la sanità abbia
finalmente trovato un metodo scientifico per riacquistare credibilità a
vari livelli5: la pratica clinica, la politica sanitaria e la
formazione del medico.
Tuttavia, mi sembra poco realistico credere che l'insegnamento
della MePE pura — quella che secondo Sackett nasce con il
paziente e finisce con il paziente —possa migliorare la
pratica clinica, difficilmente modificabile6, in quanto regolata
dalle esperienze formative universitarie e dei primi anni post-laurea7.
Questo scetticismo è legittimato da tre ostacoli difficilmente
superabili:
- la mancata integrazione tra epidemiologia clinica e medicina,
- le barriere linguistiche,
- lo scarso interesse a familiarizzare con i moderni strumenti
informatici.
La pratica clinica può essere resa più omogenea
ed aderente ai progressi della ricerca solo con interventi di
politica sanitaria "evidence-based", ad esempio attraverso
linee-guida adattate alle realtà locali e rinforzate da
adeguate strategie di implementazione (in particolare di tipo
incentivo-disincentivo).
Tuttavia, come sottolinea Roberto Satolli, l'utilizzo delle pubblicazioni
secondarie — linee-guida incluse — non può identificarsi
con la pratica della MePE: esse sono strumenti che "distillano
i risultati della ricerca" e sollevano il medico dall'onere
di ricercare ed interpretare criticamente la letteratura originale
(competenze che paradossalmente costituiscono proprio l'essenza
della MePE).
Inoltre le linee-guida, oltre a divenire obsolete in un tempo
più o meno breve, sono di qualità variabile, per
cui il medico è ugualmente costretto a sviluppare le capacità di
approccio critico se non vuole limitarsi all'applicazione di
ricette preconfezionate3.
L'introduzione della MePE nella formazione universitaria e specialistica
costituisce pertanto l'unica possibilità per creare nuove
generazioni di medici per i quali la MePE non rappresenti un
nuovo paradigma, ma si identifichi semplicemente con l'esercizio
della buona medicina.
Tuttavia, gli sporadici contributi orientati in questa direzione
nella recente Conferenza internazionale sulla formazione del
medico8 ed il numero esiguo di esperienze didattiche che Liberati è riuscito
a raccogliere costituiscono una prova concreta dello scarso interesse
dell'Accademia a diffondere la MePE, un metodo che potrebbe "attentare" all'autoritarismo
che contraddistingue buona parte del corpo docente.
Liberati afferma con legittimo scetticismo che: ".. forse è troppo
presto per esprimere predizionisul futuro della MePE e sulla sua
utilità per informare le politiche sanitarie", ma
dimostra in maniera convincente che in Italia esistono tutte
le competenze9 per avviare una lunga e travagliata rivoluzione
culturale, necessaria alla formazione della futura classe dirigente
ed alla implementazione della MePE nel nostro SSN.
Pertanto, anche se riporta validi contributi sull'applicazione
della MePE al paziente individuale, il libro è principalmente
destinato ai politici, ai manager ed agli amministratori sanitari
che vogliono approfondire il problema e, speriamo, implementare
la MePE nelle loro decisioni.
Il singolo medico, se completamente estraneo alle implicazioni
che hanno sotteso lo sviluppo della MePE, potrebbe giudicare
questo libro come teorico, idealista e distante da una realtà italiana
attualmente troppo lontana da certi standard; se invece è consapevole
delle dimensioni socio-culturali del fenomeno, potrebbe essere
stimolato ad approfondire gli aspetti tecnici della MePE.
Infine per quella parte di Accademici che difende strenuamente
la propria "opinion-based medicine", credo proprio che
il libro passerà inosservato!
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